Un buon pediatra ! Un buon padre ?

Scritto da Peter Pan il 06/08/2010

ale

La mia vita professionale ha assorbito ed assorbe ogni giorno le mie migliori energie.
Quanto poco spazio ho lasciato all’ascolto, ai bisogni della mia famiglia, di mia moglie e dei miei bambini.
Ho sempre cercato di essere un buon pediatra, ma mi chiedo se sono stato e sono un buon padre, soprattutto questa sera quando poso lo sguardo sul volto deluso dei miei figli.
Oggi mio figlio Riky compie sedici anni. La domenica si prospetta serena con una festa in famiglia organizzata per lui. Io e mia moglie abbiamo invitato una collega a pranzo.
Non sono di guardia e non sono reperibile.
Sono le 11.30 . Ho appena recuperato la mia collega alla stazione e ci siamo fermati in pasticceria a ritirare la torta per il compleanno di mio figlio, quando una telefonata rivoluziona in un attimo i miei programmi.
E’ la giovane collega di guardia dell’ospedale in cui lavoro.
Mi chiede consigli per una bambina di cinque mesi giunta in PS per una sepsi da meningococco. L’ascolto attentamente: ha già prestato accuratamente le prime cure effettuando prelievi, rachicentesi, posizionando cateteri , somministrando farmaci , fleboclisi e sta preparando la bambina al trasferimento in un Ospedale con Rianimazione pediatrica. Il PS è bloccato, ma un collega reperibile è già stato allertato per ricorrere in suo aiuto.
E’ molto agitata e preoccupata perché affronta per la prima volta un caso simile.
Nel nostro reparto è abituale aiutarsi a vicenda nei momenti di particolare difficoltà, indipendentemente dai turni.
Il primario è fuori sede per un congresso. Essendo il più anziano, quando lui non c’è, assumo io il ruolo di facente funzioni. .
La mia collega si offre di accompagnarmi in Ospedale.
-Sono le 11.30- mi dice – per le 13 saremo a pranzo con tua moglie e i tuoi figli”.-
Avviso mia moglie del ritardo ed in venti minuti sono in Ospedale.
Il trasferimento non è facile, perché le rianimazioni pediatriche contattate non hanno posti. La più vicina è a 181 Km di distanza. L’elisoccorso è impegnato e quindi dobbiamo effettuare il trasporto in ambulanza.
I genitori della bambina sono indiani. La mamma non parla l’italiano ed il papà lo comprende poco.
La mia collega si occupa di loro: – Voi occupatevi della bambina che io mi occupo dei genitori. Sono una pediatra di famiglia e questo lavoro lo svolgo bene.-
Quando la bambina è ormai stabilizzata chiamiamo i genitori e lasciamo che la mamma resti con noi ad assistere la bimba.
Grosse lacrime sgorgano dal suo viso. Un’infermiera gliele asciuga teneramente con il fazzoletto e l’abbraccia per infonderle coraggio.
Il papà non conosce l’Italia e non ha idea di dove sia la città in cui avremmo trasportato la bambina.
E’ preoccupato perché non possiede un’ automobile ed non sa come raggiungere il nuovo Ospedale in treno.
In ambulanza con il rianimatore ed il pediatra è permesso il trasporto di un solo genitore.
La mia collega gli indica come raggiungere in treno l’Ospedale e lo rassicura sulle sue preoccupazioni: la moglie anche se non parla italiano avrebbe avuto il supporto dei medici addetti al trasporto; avrebbe sempre potuto rimanere accanto alla bambina.
Quando arriva l’ambulanza per il trasporto sono ormai le 16.
Il tempo è trascorso velocemente ed io non ho più telefonato a mia moglie, che mi ha ripetutamente cercato al cellulare che ho dimenticato nel cappotto.
-Grazie dottore- mi dicono le infermiere- non era neppure reperibile.-
-Senza di te non ce l’avrei fatta- aggiunge la giovane collega abbracciandomi. Trema ancora come una foglia.
-Sei stata bravissima. Hai fatto tutto tu. Io ti ho semplicemente supportato nel trasporto.-
-Dovrò prepararmi al divorzio.- aggiungo ridendo.
E mia moglie avrebbe tutte le sacrosante ragioni di divorziare, penso tra me.
Quando torno a casa i bambini sono arrabbiati. Mia moglie non dice nulla, ma leggo un rimprovero nei suoi occhi.
-Dovete essere fieri del vostro papà- sdrammatizza la mia collega- ha salvato una bambina in pericolo di vita. –
Mai una torta mi sembra tanto amara come quella di questa domenica.
Mi sento a pezzi, amareggiato, ho ascoltato la voce del cuore e del dovere, ma è una voce che spesso contrasta e ha il sopravvento su quella dei miei figli.
Sono stanco di questa vita.
Mia moglie è una donna unica e speciale, riesce a leggermi nel pensiero.
Anche questa volta, come sempre.
-Questa sera non cucino. Adesso papà ci porta tutti al ristorante a festeggiare il compleanno di Riky.-
Grida di festa si elevano nell’aria.
Sulla bocca di tutti ritorna il sorriso.
- Quest’anno vorrei andare in vacanza con i miei amici.- mi dice Riky per la strada- sono diventato grande ormai.-
Per la prima volta nella mia esistenza mi sento vecchio e rimpiango i molti momenti importanti di vita che non ho vissuto con i miei figli. Attimi importanti, che non potranno ricordare, scivolati via , cancellati come le orme sulla sabbia in riva al mare.
La mia piccola Laura mi prende la mano: – Papà, vero che non morirà quella bambina perché tu l’hai salvata?-
Sorrido.
-Non, non morirà, papà come dottore è forte- le risponde la sorella.
Guardo mia moglie che mi sorride ironicamente e sembra dirmi:
-Come dottore sei forte, come marito un po’ meno, ma sono fiera di te.”
Pochi gesti, poche parole, ma importanti per ridarmi la certezza che qualcosa lascerò nei ricordi dei miei figli, qualche cosa che non potrà essere cancellato come un’ orma sulla sabbia in riva al mare.

Peter Pan

Dal diario di un pediatra

Scritto da Trilly il 31/7/10

diario

ore 7.45:- Dottoressa sono la signora….ieri ha visitato il mio bambino e gli ha diagnosticato una infezione delle alte vie respiratorie , ma da questa notte il bambino respira male, affannosamente e persiste la febbre elevata. Può venire a visitarmelo? Altrimenti lo porto in Pronto soccorso.-
-Signora, un quarto d’ora e sono da lei,non vada in Pronto soccorso .-
Ore 8.15:sono al domicilio del bambino. Nessun affanno respiratorio, respiro eupnoico, tosse stizzosa e respiro nasale da rinite.
Riconfermo la terapia in atto e torno in studio per completare,come da convenzione dalle 8 alle 10 la reperibilità telefonica (peraltro mai interrotta, avendo il cellulare , anche durante il tragitto in macchina al domicilio del paziente). In realtà le telefonate si protraggono oltre l’orario. Alle 13.30 inizierò l’ambulatorio:in programmazione su appuntamento ho 21 visite.
0re 10.30-12.30: mi reco nel laboratorio dell’ospedale per controllare alcuni esami e verificare l’esito di una urinocoltura del giorno precedente, faccio un salto all’ASL per ritirare i ricettari che ho terminato ed infine eseguo tre visite domiciliari. Termino alle 12.30.
Nel frattempo il cellulare (lo tengo generalmente acceso dalle 8 alle 20) squilla ogni quarto d’ora per consigli e nuovi appuntamenti,(nessuna urgenza comunque) nonostante che l’orario stabilito per le telefonate sia terminato.
Ore 12.30: pausa pranzo.
Sto accingendomi ad entrare al bar quando suona il cellulare.
-Dottoressa sono la signora. Mi ha telefonato mia suocera :il mio bambino si piega dal mal di pancia,il dolore è a destra ,non sarà appendicite? Può venire a visitarmelo?
Faccio presente alla signora che alle 13.30 inizierò l’ambulatorio ed abitando nel paese vicino, a diversi Km di distanza, non posso andare a domicilio,ma mi rendo disponibile a visitarle immediatamente il bambino in ambulatorio,spiegandole che in caso di sospetta appendicite la invierò in Ospedale per eseguire degli esami e la visita chirurgica..
Non pranzo, prendo un caffè e torno in studio ad attendere il piccolo con i dolori addominali.
Accendo il computer, mi collego al Sistema sanitario nazionale
Nel frattempo alle 12.45 squilla nuovamente il cellulare:-Sono la signora…. La mia bambina di 11 mesi da due giorni ha febbre alta: il primo giorno la febbre è arrivata a 42° gradi,da ieri si è stabilizzata sui 38.5-39°-
La invito a venire subito in ambulatorio per una visita.
Al termine della telefonata ricevo un messaggio sul cellulare dalla mamma che stavo attendendo in studio:(probabilmente ha trovato il cellulare occupato)
SMS: -Dottoressa, sono la signora…. il bambino oltre al mal di pancia ha anche 39° di febbre, ho chiamato il mio medico condotto che verrà a momenti a visitarmelo a domicilio.-
La chiamo dispiaciuta , ricordandole che l’attendevo in studio per la visita e che in caso di appendicite acuta dovrà comunque uscire per recarsi all’Ospedale.-
Ci resto molto male e non sono certo di ottimo umore.
Arriva nel frattempo l’altra visita: la bambina ,nonostante la febbre mi sembra reattiva. La visito ,ma non riscontro nulla che possa giustificare una febbre così alta.
Le metto un sacchettino per eseguire lo stick delle urine e faccio accomodare la signora con la bambina in un’altra stanza fortunatamente libera (visito in un poliambulatorio).
Procedo con le visite: la prima visita è per un bambino di tre mesi che ha un po’ si tosse e un po’ di febbre.
La mamma in realtà non si fida di me perché i bambini vengono sempre visti da un pediatra ospedaliero privatamente ,ma quando questi non c’è vado bene anch’io.
Mi dice che tutta la famiglia ha avuto febbre alta e che tutti (due bambini e genitori) stanno assumendo antibioticoterapia perché affetti da faringotonsillite streptococcica documentata da tamponi positivi .
Le dico che il bambino ha la gola lievemente arrossata e che difficilmente questa patologia è presente nei lattanti.
Ma per tranquillizzarla e far sì che abbia un po’ di fiducia anche in me, decido di eseguire un Tampone rapido. Apro la scatola e mi accorgo che sono terminati. Apro l’armadietto per cercare di eseguire un Tampone faringeo da mandare in laboratorio entro le quattro (prima che chiudano l’accettazione,perché l’indomani il Laboratorio è chiuso. Come odio il venerdì’!!),ma non ho più neanche quelli.
Nel frattempo l’altra mamma bussa e mi avvisa che la bimba ha fatto la pipì. Stick urine: positivissimo per un infezione delle vie urinarie..
Che faccio? La mando in Pronto soccorso per un ricovero?
La mamma mi sembra attenta e sveglia, la bambina nonostante la febbre elevata mi sembra in buone condizioni .Decido di non ricoverarla.
Devo però inviare una urino coltura in laboratorio prima di iniziare la terapia.
Il solito problema: è venerdì ed al sabato il laboratorio è chiuso;sono già le 14.45.
Chiedo alle infermiere del reparto se posso inviare il bambino ad eseguire l’urino coltura ,previa accurata pulizia come loro sanno fare così sarò più sicura dell’esito ed approfitto, senza pensare che in fondo non è una cosa urgente, per chiedere se possono eseguire anche un Tampone faringeo al piccolino di tre mesi.
Loro acconsentono,anche perché con le infermiere della pediatria ho dei buoni rapporti .
Invio i bambini, ma dopo mezz’ora, poiché anche in reparto le infermiere sono oberate di lavoro, ricevo giustamente una telefonata di protesta dal medico di guardia.
Trovo la sua osservazione corretta, mi scuso e mi riprometto di trovare un canale diverso per queste cose.
0re 15.15 Ho ancora 25 bambini da visitare perché nel frattempo l’ansia del fine settimana porta ad altre telefonate pomeridiane e ad altre richieste di visite.
Proseguo l’ambulatorio.
Ore 16: vedo una faccia che non vorrei vedere.
Una mamma che sventola minacciosa un foglio.
Sua figlia ha dolori addominali da due anni: ha eseguito moltissimi ricoveri in diversi ospedali,poi le hanno riscontrato dopo miriadi di esami un’ ameba intestinale ,trattata e guarita. Nonostante ciò, ancora dolori:l’ultimo ricovero 15 giorni fa.
Con i medici del reparto dove è stata ricoverata , ci siamo accordati, anche su richiesta pervenutami dalle insegnanti,di inviarla al neuropsichiatra infantile da me già contattato e propenso ad una psicoterapia famigliare, ma… udite……udite ..
Un medico del laboratorio dell’ospedale , che avevo personalmente contattato per avvisarlo del problema e della eccessiva ansia dei genitori, gli ha proposto ed eseguito privatamente il Citotoxotest (libera professione selvaggia!!!) secondo il quale la bambina risulterebbe intollerante a determinati alimenti, per cui la mamma, che finalmente aveva deciso di recarsi dallo psicologo, inveiva contro di me e contro
i medici ospedalieri accusandoci di essere incapaci di curare i problemi reali di sua figlia, insistendo invece sui problemi psicologici che sua figlia non avrebbe.
Tale test è stato eseguito naturalmente all’insaputa dei medici del reparto di pediatria dove la bambina era stata ricoverata.
Non conoscendo il test in questione mi sono rivolta all’allergologo che ha in cura la bambina , una persona veramente corretta e disponibile che mi spiega come il test in questione non è scientificamente provato e che più volte lo aveva ribadito al medico in questione.
Mi confermava comunque che nella lettera di dimissioni dell’ultimo ricovero, che aveva appena terminato di scrivere, essendo gli accertamenti eseguiti risultati negativi,anche lui ed il gastroenterologo suggerivano di procedere ad una valutazione psicologica essendo i disturbi di tipo psicosomatico.
Tra telefonata e conversazione ho perso tre quarti d’ora. E questo succede da due anni ogni settimana.
Invito la signora a recarsi il lunedì in Ospedale a ritirare la lettera di dimissioni e la invito a farmela avere.
Mi balena l’dea della ricusazione anche se so ,che scaricherò il problema al prossimo malcapitato pediatra di base,ma francamente, dopo anni ed anni, le mie risorse si sono esaurite,anche per la stima che nutro per le persone che hanno seguito in ospedale la bambina.
Proseguo le visite ambulatoriali.
Per fortuna pochi problemi e tanta pazienza..
Termino l’ambulatorio alle ore 19.30. Suona il telefono: una mamma ha dimenticato un’impegnativa per la prescrizione del Tegretol al suo bambino.
Gliela preparo. Nell’attesa che venga a ritirarla, telefono alla signora che aveva preferito chiamare il medico condotto,anziché venire in ambulatorio,per accertarmi delle condizioni del bambino.
Mi comunica che il suo medico condotto l’ha inviata subito all’ospedale,dove il bambino è stato ricoverato per una sospetta appendicite acuta.
Arriva anche l’ultima mamma a ritirare l’impegnativa.
Riordino lo studio,sterilizzo gli strumenti.
Ore 20: la mia giornata di lavoro è terminata, posso spegnere il cellulare, subentra la continuità assistenziale.
Spengo il computer,e vedo mia figlia che mi sorride in una foto sullo schermo.
Mia figlia… Mi sono dimenticata di lei in questa giornata.
Adesso, in Australia, dove sta studiando, è notte.
Ho dimenticato il nostro appuntamento settimanale telefonico:provo tanta rabbia ed anche malinconia.
Fuori è già buio ,le luci della notte illuminano questo microcosmo di mondo.
Penso che per diventare pediatra ho superato me stessa in sacrifici e rinunce, ma da troppo tempo nella mia carriera professionale provo un senso si smarrimento, di solitudine, di delusione, un sentimento che condivido con molti miei colleghi che vivono il nostro lavoro con dedizione e passione.
Provo nostalgia dei miei maestri che non ci sono più ed anche un po’ di commozione : scriveva il mio professore di patologia medica alla fine della sua vita “Dobbiamo lottare per la speranza ,non solo individuale,ma della medicina. Ci sono centinaia di migliaia di medici diversi. Che lottano,che ascoltano i loro pazienti. Li accarezzano e si commuovono. Che curano gli altri come vorrebbero,essere curati loro stessi. C’è la pietas. C’è la speranza che nasce dal coraggio e dalla volontà”.
Io voglio continuare a lottare ,voglio essere un medico di quelli che stimava il mio maestro.
Domani è un altro giorno.

Trilly

Finestre su un mondo che cambia

Scritto da Trilly il 30 giugno 2010

finestra

E’ un’afosa giornata d’estate. Il quartiere popolare è animato dal vociare dei bambini che giocano nei cortili: pochi di loro frequentano i centri estivi.
Mi sto recando a visitare un bambino senegalese di otto mesi che presenta iperpiressia e vomito.
Come sono cambiati questi quartieri negli ultimi dieci anni: sono ormai abitati prevalentemente da extracomunitari con tre o quattro figli e molti problemi di integrazione e sradicamento. Le famiglie italiane hanno traslocato altrove e le poche famiglie rimaste rimangono rinchiuse nella loro privacy senza desiderio e disponibilità all’incontro: due mondi che non comunicano, con aspettative e culture diverse, costrette a vivere fianco a fianco, senza averlo scelto o voluto.
Solo i bambini riescono a ritrovare nei cortili attraverso il gioco, uno spazio per la socializzazione e l’integrazione.
Qui la povertà è endemica e molte famiglie non hanno i soldi per gli alimenti e le spese di sopravvivenza.
Conosco molte famiglie in questo quartiere, le loro storie, le loro abitudini.
Le mamme di questi bambini sono quasi tutte casalinghe, non hanno l’automobile e sono spesso dipendenti dai mariti per gli spostamenti.
I mezzi pubblici sono inesistenti perché siamo in un piccolo paese di provincia, ma la distanza tra il quartiere ed il centro abitato è notevole.
I papà lavorano spesso lontano: escono di casa all’alba e ritornano alle otto di sera.
Quando i bambini sono malati, per evitare che il padre perda un giorno lavorativo risolvo il loro problema con una visita domiciliare.
-Buongiorno dottoressa- mi grida Salwa dalla finestra.
-Buongiorno, stanno bene i tuoi bambini?-
-Sì, tra una settimana andiamo in Marocco, quest’anno prendo la patente, ormai sono pronta.-
- Speriamo-le rispondo scherzando- così quando i tuoi bambini e quelli delle tue amiche sono ammalati me li porti in ambulatorio e la dottoressa non corre più…Sto diventando vecchia!-
Ride, perché frequenta la scuola guida da due anni, ma ogni volta che prova a guidare per la strada, con l’istruttore, ha paura e così rimanda continuamente l’esame di guida. Mi dice che lo sosterrà in Marocco perché le spese per l’esame sono più economiche.
Ogni finestra è una storia.
Mentre cammino le passo in rassegna.
La finestra di Luciana, una mamma napoletana, dolce e forte, con tre figli, di cui uno affetto da una grave encefalopatia ed il marito che rischia la cassa d’integrazione.
La finestra di Naima, chiusa: è ritornata in Tunisia per sempre con le sue bambine di tre e cinque anni. Silenziosa, educata, parlava a fatica la nostra lingua. I suoi occhi azzurri erano un limpido lago di malinconia e lacrime.
Suo marito mi diceva che soffriva troppo per la lontananza dalla sua terra e così ha preferito che ritornasse a casa con le bambine. Lui è rimasto qui, perché ha un posto di lavoro fisso da quindici anni, che potrà garantire anche a loro una stabilità economica che in Tunisia sarebbe incerta.
La finestra di Marta , separata da un marito sempre ubriaco, che la picchiava.
La finestra di Sara, la mia destinazione.
La porta all’ingresso è spalancata , il vetro è rotto. Il campanello non funziona, ma conosco la strada. E’ al secondo piano. Busso.
Avvolta in un vestito giallo mi accoglie con un sorriso che mette allegria. Parla e capisce molto poco l’italiano.
Con fatica riesco a capire che ha somministrato al bambino una supposta di Tachipirina alle quattro di notte. Mi consegna tra le braccia il bambino ed il termometro. Gli misuro la febbre : ne ha 38°. Poi lo visito: è vivace, reattivo, ha una faringotonsillite. Prescrivo la terapia, poi telefono al papà, che traduce alla mamma ciò che dico.
Fuori mi accoglie il caldo afoso di questa torrida estate. E’ mezzogiorno, i bambini sono rientrati nelle case per il pranzo.
Ripasso dalla varie finestre e nuove storie affiorano alla mia mente.
La finestra di Banan, siriana. Ha un bambino di quattro mesi, non parla ancora bene l’italiano, ma se la cava con l’inglese. Ha un diploma di ortottista ma non è sicura di voler rimanere qui.
La finestra di Miriam, tunisina, in Italia da quindici anni e ben integrata. Ha una bambina di otto anni, sordomuta ed un marito invalido a causa di in incidente sul lavoro.
La finestra di Lucia, che ha ormai i figli grandi ed è felice di aver trovato un lavoro in un’impresa di pulizie.
Le ho visitate tutte , queste case, almeno una volta, in questi anni.
Credo che in questo mondo che cambia, la visita domiciliare sia uno strumento utile che permette al pediatra di base di ascoltare, riflettere, condividere ed osservare concretamente la realtà in cui vive un bambino e la sua famiglia e quando è necessario di sostenere la fragilità dei genitori.

Trilly

Una stella in meno

Scritto da Gilippo da Sparta il 22/05/2010

Domenica 31 Dicembre 1989, ore 13.30’.00’’: Un luogo qualunque.
Il telefono nel grande studio fece appena in tempo a produrre uno squillo, che già il Vecchio canuto aveva risposto. Stette qualche decimo di secondo ad ascoltare il suo interlocutore all’altro capo del filo, quindi posò la cornetta e pigiò il tasto di un interfono: “Angelo c’è un codice rosso in Via del Mandorlo 20”.
“Volo!”, rispose Angelo, e chiuse l’interfono.
Ore 13.30’.00’’: Via del Mandorlo 20.
Daniele, cinque anni di quelli svegli e molto vivaci, prese la sua sediolina di plastica rossa, la portò a ridosso del muretto del balcone al 4° piano, vi montò sopra, si sporse oltre la ringhiera di ottone, scostò un panno steso ad asciugare al tiepido sole di un Dicembre siciliano e intravide la sua mamma che, uscita dal portone sotto casa, a passo svelto, si avviava al supermercato di fronte. Doveva recuperare le cipolle che aveva già comprato la mattina, ma che aveva poi dimenticato di portar via. Era quasi l’ora di pranzo e la minestra senza le cipolle sarebbe stata sciapa.
Daniele voleva solo ricordare a mammina di portargli l’ovetto Kinder con la sorpresina.
Quel giorno festivo dell’ultimo dell’anno il Market era aperto dalle 8.00 alle 13.30.
Ore 13.31’.00’’: Centrale operativa dei Vigili del fuoco.
L’assordante campana del telefono degli ‘allarmi’ suonò a distesa.
L’operatore stava finendo di raccontare al collega in turno con lui come avrebbe trascorso la notte di quell’ultimo dell’anno. Si interruppe, rispose al telefono e una voce concitata, straziante, gli diede un nome, un indirizzo ed un: “Volate, se potete, è proprio qui dietro a voi, respira….ma…”.
Angelo, il pompiere, non gli diede il tempo di continuare; aveva già scritto automaticamente, Via, numero e codice colore. Chiuse il ricevitore e pigiò un tasto rosso. Un ordinato trambusto si sparse nella zona ambulanza. Una cicala elettronica iniziò a gracchiare, una lu abbagliante prese a lampeggiare, l’autista dell’ambulanza avviò il motore. In automatico si aprì il cancello metallico della carraia. Tre uomini saltarono a bordo. La sirena lacerò l’aria ed i timpani di quanti si trovavano accanto.
Ore 13.40’: Rianimazione Ospedale.
Sandro e Luca, i due anestesisti, sbuffavano di noia, ma la giornata di lavoro ormai volgeva alla fine. L’ultimo scambio di saluti ed auguri e poi ci si sarebbe rivisti dopo il 3 o 4 di Gennaio.
Gli anni ’80 si chiudevano tutto sommato bene.
Il bilancio del lavoro era positivo. Il gruppo funzionava bene; pochi problemi e tutti risolti.
Quella mattina era in turno solo Sandro, ma un intervento d’urgenza, un’ernia strozzata, aveva richiesto l’arrivo di Luca per non sguarnire la Rianimazione.
Sandro si apprestava ad aprire l’armadietto, rivestirsi e tornare a casa. Luca, purtroppo sarebbe rimasto fino alle 20.00 per terminare il suo turno che in realtà avrebbe dovuto iniziare alle 14.00 ma che ‘l’ernia strozzata’ aveva anticipato di due ore.
L’urlo dell’ambulanza che affrontava la rampa d’accesso al P.S. li zittì entrambi. “…E adesso che cavolo arriva?”, sproloquiò Sandro.
“Tranquillo – intervenne Luca – è la solita crisi isterica delle tredici e trenta o l’ennesimo vecchietto con la bronchite”. L’autista però non accennava a staccare la sirena, segno che pretendeva l’uscita dell’infermiere dal Pronto Soccorso.
Così, infatti, avvenne. Angelo C. si proiettò fuori e spalancò il portellone posteriore dell’ambulanza ancor prima che questa si fosse arrestata del tutto.
Chissà perché quella decisione mezzo avventata; in genere gli infermieri uscivano senza far nulla, verificavano il caso e decidevano quindi il da farsi. Angelo sentiva invece che non c’era un minuto, un secondo da perdere.
Ore 13.41’: Rianimazione Ospedale.
Squillò il telefono dell’interno 043. Angela, infermiera in turno, con il suo tono pacato di sempre rispose: “Qui Rianimazione”. Indugiò sì e no 1 secondo netto.
“Un’emergenza al P.S. – gridò – è gravissimo, chiamate il dott. Sandro!” e posò il telefono. Non ce ne fu bisogno, Sandro e Luca, insospettiti, più che allarmati dal frastuono della sirena avevano già imboccato le scale che portavano al piano terra e infilavano la porta dell’emergenza nello stesso istante in cui Angelo G, l’altro infermiere in turno in Rianimazione, chiamava il cordless 010 di Sandro per avvertirlo dell’urgenza e la barella dei pompieri con il piccolo paziente sopra, letteralmente volava dentro la sala del P.S.
Ore 13.41’.50’’: Fermo immagine della “Sala Emergenza” del P.S.
Sandro da un lato, Luca dall’altro, Angelo C. ai piedi, un pompiere soccorritore accanto, in mezzo a loro quattro la barella e disteso sopra a questa, Daniele, gli occhi socchiusi, un graffio in testa, una mano sporca di asfalto, una felpa azzurra griffata, i pantaloni lunghi blu, immacolati, scarpette ‘Nike’ un po’ consunte.
Non emetteva suoni, non parlava, aveva il respiro veloce ma regolare. Accanto la mamma, in lacrime, che si scusava col marito: “Angelo – ripeteva tra i singhiozzi – è colpa mia, perdonami, non dovevo lasciarlo solo, era questione di 5 minuti. Temevo più per i fornelli e per il gas…non potevo immaginare il…balcone…”.
Ore 13.42’.57’’.
Sandro e Luca si avvicinarono al piccolo paziente. Luca sollevò una palpebra di Daniele. La pupilla era lucida, viva, reagiva alla luce. D’istinto il bimbo aprì da solo entrambi gli occhi, girò di scatto la testa, fuse i suoi occhi con quelli della mamma ed atteggiò un broncio che rincuorò tutti. Era cosciente! “Muovi le gambe, una alla volta – gli ordinò Sandro – stringi la mia mano, ora quest’altra, dove ti fa male?”.
“E’ volato giù dal 4° piano”, disse in un pianto irrefrenabile la madre.
Sandro e Luca si guardarono, tutti ammutolirono. “Dal 4° piano?”, ripresero quasi tutti in coro, “E non ha un graffio?! – abbozzò Sandro”. E mentre lo diceva, i canottiera del bambino. Il torace sembrava indenne e allora palpò e pigiò le coste, una dopo l’altra. Daniele non si lamentava. Era la paura? Spesso i bambini piccoli, mascherano e zittiscono il dolore, dopo aver fatto una monelleria, perché inconsciamente temono un rimprovero o una punizione dai genitori. Ma per Daniele non era così. Lui non aveva nulla, di visibile. La 10ª costa a sinistra era un po’ dolente ed era attraversata da un sottile segno rosso. Una linea che andava dal fianco sinistro e dal basso verso l’alto, dall’indietro in avanti, fino alla 10ª costa. Una linea obliqua appena accennata, come una piccola frustata. Luca e Sandro automaticamente la memorizzarono, poi decisero, dopo aver palpato l’addome ed averlo trovato ‘non dolente e trattabile’, di avviare Daniele in radiologia.
“Dal 4° piano, senza un graffio – disse Luca – ma dove l’avete trovato?”, chiese al pompiere.
“Era disteso tra il marciapiede e la strada, accanto ad una macchina parcheggiata lì. Non si muoveva”, rispose quello. “-Mah! – ribadì Luca – sembra impossibile, non ha un graffio, muove le gambe, le braccia, gira la testa, è lucido… eppure sono più di dieci metri. Avrebbe dovuto… oh Dio che fortuna!”.
“Che miracolo! – ribadì il tecnico di radiologia che prendeva in consegna il bimbo – cade dal 4° piano e si sporca appena una mano”.
Fu un attimo infilarlo nel tunnel della TAC. Encefalo, torace, addome, colonna, gambe; tutto era a posto.
O meglio, l’emitorace di sinistra mostrava una faldina appena accennata di aria (Pneumotorace), ma talmente piccola ed all’ascoltazione praticamente muta, che non meritava nessun trattamento chirurgico. “Nella caduta ha battuto da qualche parte – disse Luca – forse contro l’angolo del marciapiede”.
“Ma avrebbe dovuto fracassarsi tutte le costole, da quell’altezza, altro che faldina d’aria”, ribatté Sandro.
“Beh, questa è! – chiuse la discussione il medico radiologo che visionava frattanto le lastre – piuttosto, mi piace poco la milza. Sulla capsula sembra ci sia una piccola linea di frattura e la milza stessa mi pare un po’ più grossa del normale. Non c’è spandimento di sangue sotto la capsula, ma andrebbe tenuta sotto stretta osservazione”. Luca e Sandro all’unisono decisero di portare il piccolo Daniele in Rianimazione. ‘Una caduta dal 4° piano non avviene tutti i giorni per fortuna, meglio allora cautelarsi’, pensarono.
Ore 13.52. Ascensore del P.S.
Sandro, Luca, Angelo C. del P.S. Ed Angela della Rianimazione, scesa nel frattempo con lo zaino dell’emergenza, aspettavano che l’ascensore li sbarcasse al 1° piano: Chirurgia- Rianimazione, e con loro la barella col suo preziosissimo carico. La mamma del bambino li seguiva su per le scale. Piangeva ancora. Il marito la rincuorava: “Non ha nulla, hai visto? Stai tranquilla, è andata bene. Dio lo ha miracolato, non avere rimorsi… Daniele è monello, poteva… meglio non pensarci”.
Fu improvviso, crudele, inaspettato. Sandro, alla testa di Daniele guardò Luca che sbiancava e d’istinto guardò il bambino: era un cencio! Labbra assottigliate, bianco-cereo, gli occhi reclinati in alto, il respiro flebile. Fu un momento. Luca palpò le carotidi del bimbo, pulsavano lievi ma con una frequenza altissima. Il polso nemmeno si sentiva.
Stavano perdendo Daniele! Era in shock.
Ore 15.52’.40”
Un lampo! Sandro estrasse dallo zaino una maschera con l’ossigeno a l’applicò al volto di Daniele mentre con l’altra mano pigiava il pulsante rosso di blocco dell’ascensore. Quindi ripigiò il tasto 2: ‘Sala Operatoria’. Non consultò neppure Luca, sapeva che approvava e che al suo posto avrebbe fatto esattamente la stessa cosa. Luca, come avesse dieci mani, tirò fuori una siringa dal nulla, come un prestigiatore tira fuori un mazzo di garofani. Individuò una vena sottile sottile al braccio di Daniele, infisse l’ago (Angelo C. capì e fece da laccio), aspirò 3 cc. di sangue e diede la siringa ad Angela “Emocromo urgente – le ordinò – il risultato in Sala Operatoria”.
Contemporaneamente aprì ‘a fontana’ la flebo che avevano applicato a Daniele al P.S. e sperò che il circolo rispondesse subito. Mentre sbarcavano al piano Sala Operatoria urlarono alle strumentiste “Non c’è un minuto da perdere, preparate per una laparatomia urgente. Chiamate il chirurgo”. Angelo P. l’aiuto di Chirurgia, era ancora là, nella presala. Aveva da poco finito l’intervento di ernia strozzata e mentre Lucia e Giovanna sistemavano la sala, si era attardato a chiacchierare con loro.
Ore 13.55 Si accende la grande lampada scialitica sul letto operatorio.
Luca e Sandro si sbracciavano come non mai. Mentre uno preparava i farmaci anestetici, l’altro sistemava con velocità e precisione l’apparecchio di anestesia, i tubi ed il laringoscopio.
La ferrista dal canto suo, si lavò, infilò al volo il camice sterile, prelevò la cassetta dell’urgenza, la aprì, apparecchiò. Angelo, il chirurgo, insieme alla seconda ferrista stirò il telo sterile su Daniele, delimitò il campo, prese il bisturi, inspirò profondamente e chiese: “Posso?”. Sandro disse solo: “Vai!”.
L’anestetico scivolava già nelle vene di Daniele, il curaro gli bloccava i muscoli, ora dolore e coscienza non c’erano più ed ora ogni secondo diventava eterno. I farmaci cominciavano a tirar su la pressione, il plasma expander faceva capire alla parte vegetativa del cervello di Daniele che vene e arterie si riempivano poco a poco. Il cervello di relazione, invece, era spento… o sognava… chissà.
Ore 14.00.
“Ecco la milza – trionfante annunciò il chirurgo – Pippo, fammi luce – continuò – tra poco è tutto finito. Si era rotta d’improvviso la capsula ed ha perso oltre un litro di sangue nel giro di… niente. E’ un miracolo”. “Un altro” pensò Sandro.
Riprese Angelo: “E’ un miracolo che ce l’abbia fatta; non avevo mai visto un’emorragia da rottura di milza così veloce e brutale, meno male che eravamo tutti qui. Come va il ragazzo ora?”, chiese agli Anestesisti.
Luca e Sandro solo adesso respiravano. Si può dire che avevano letteralmente trascorso gli ultimi dieci minuti in apnea. “Meglio, – risposero all’unisono – la pressione tiene, la saturazione anche, non c’è indice di shock; se la caverà”.
Ore 14.00. Un posto qualunque.
Il Vecchio canuto fece accomodare Angelo: “Voglio un resoconto dettagliato dei fatti”.
“Signore, appena m’ha dato il codice rosso sono volato in Via del Mandorlo 20. Daniele veniva giù veloce dal balcone del 4° piano. Non sapevo come e cosa fare. Di colpo il filo della biancheria al terzo piano frenò la sua caduta, lo colpì al fianco sinistro, vicino alla 10ª costa. Ma era troppo poco, ci voleva ben altro per fermare quei 20 chili che acceleravano a quasi 10 metri al secondo. Daniele ruotò un poco, rallentò di un’inezia e riprese a precipitare. Era adesso al secondo piano. La mamma, sotto, era ignara, vedeva solo il fruttivendolo che, casualmente sortito fuori dal negozio, restava immobile, le braccia al cielo a pregare: -Mio Dio salvalo!-.
Era già a metà del secondo piano e solo allora la mamma capì che qualcosa di terribile stava per accadere. Lo vide sul volto di Franco, il fruttivendolo, ma impiegò per voltarsi e guardare in alto, lo stesso tempo che impiegava Daniele a coprire il tratto dal secondo al primo piano. Ma lei Signore sapeva già tutto, perché non aveva fatto qualcosa?-.
-L’ernia strozzata, Angelo il Pompiere, due Anestesisti in turno la Domenica dell’ultimo dell’anno, Angela l’Infermiera col suo zaino dell’emergenza più pesante di lei, Angelo C. del P.S… ti dicono nulla?-, rispose il Vecchio.
-Ma Daniele era giunto al primo piano e non accadeva nulla, mancavano ormai meno di tre metri all’impatto ed a quella velocità avrebbe impiegato 0,3 secondi per sfracellarsi?!-, replicò angosciato Angelo.
-Hai mai visto, Angelo, quei vecchi film di Frank Capra… sai quei film americani strappa lacrime in bianco e nero ambientati durante le feste di Natale, con tanta neve intorno. O quegli altri tipo “Miracolo di Natale” o “Un fantastico Natale”, dove i bimbi che volano in cielo durante quelle Feste, diventano una stella in più nel firmamento?-, riprese il Vecchio canuto, stanco ormai per quell’estenuante giornata.
-Si li conosco, Signore, è per questo allora che all’ultimo metro di volo mi hai permesso di tramutarmi in una Fiat Panda?-, -Certo Angelo, – proseguì il Vecchio con un sorriso tra il compiaciuto ed il sornione, come di chi sa di aver realizzato un gran bluff a poker – ma non in una Panda qualunque bensì in una Panda decapottabile col tettuccio di robusta tela beige. E’ lì che Daniele è piombato a 150 chilometri orari ed anziché sfondare la tela, è rimbalzato come gli acrobati del circo-
-Certo Signore, l’ho ben sentito il colpo sulle mie spalle – ribadì Angelo – peccato che nel ricadere si sia fatto male sul marciapiede.-.
-No Angelo, la milza si è rotta col filo della biancheria; non avevo previsto che avrebbe fatto danno, ecco perché avevo provocato l’ernia strozzata, attardato il Chirurgo in inutili chiacchiere con le Ferriste, bloccato due Anestesisti, lasciato la sala operatoria pronta per l’intervento, un Pompiere di nome Angelo al telefono, un altro Angelo al P.S., un’Angela in Rianimazione e… ma questo è solo un caso, un Angelo come marito e papà.-.
Ore 15.45. in corsia.
Daniele usciva dalla sala operatoria. Ad attenderlo, la mamma con gli occhi ancora lucidi, ma un sorriso che metteva le ali: “Ma lo sapete – disse – che se non era per quella Panda parcheggiata sotto casa, col tettuccio di tela, a quest’ora Daniele…”. “Che fortuna… che miracolo! – dissero tutti.
Ore… ma che importava ormai l’ora ed il posto…
-Va bene Angelo… Custode, ottimo lavoro, ben fatto davvero. Avremo una stellina in meno nel cielo di quest’anno per chiudere le feste, ma un bel bambino in più sulla terra per poterle contare: Daniele Spaccavento.

Gilippo da Sparta

Buon senso

Scritto da Nemo il 19/5/2010

buonsenso


Anche questa notte sono di turno.
Inizio alle 20.00 e già all’entrata noto alcuni bambini accompagnati dalla mamma e dal papà.
La giornata è fredda, piove, forse ai bambini piacerebbe stare a casa, al caldo, magari vicino al caminetto, con qualcuno che legga loro una fiaba, una storia, una filastrocca, e invece ecco lì, in sala d’attesa: i bambini aspettano.
Inizio il mio lavoro . La prima visita: Elena , tre mesi , ha il naso chiuso, qualche colpo di tosse. La piccola è vivace, partecipa all’ambiente esterno, sorride ha soltanto un po’ di raffreddore, ma respira tranquilla. Non ha febbre, si alimenta bene. All’esame obiettivo non rilevo nulla di particolare. Rassicuro i genitori e la congedo con qualche consiglio.
La pioggia è aumentata, è fitta e il vento di maestrale incalza, la temperatura si è ulteriormente abbassata.
Drin!!! Il triage del pronto soccorso generale mi avvisa che è in arrivo una bimba di sette mesi con difficoltà respiratoria.
Fabiana arriva, le sue gote sono rosse, gli occhi vivaci . I genitori sono fortemente agitati, riferiscono che “la bambina non respira, ha difficoltà respiratoria”. Osservo la bambina e poi i genitori. La madre concitata continua a ripetere “vede dottoressa non respira”. Dal piumino si vedono solo gli occhi, una sciarpa copre metà del viso della bambina, le manine sono coperte da guantini colorati. Chiedo alla madre di spogliare la bambina. La visito accuratamente: ha un respiro regolare, non ha rientramenti al giugulo, né intercostali, sorride, prende le penna dalla mia tasca, gioca con i vari pupazzi presentati. Continuo a visitarla, non trovo nulla di patologico.
Tranquillizzo la mamma e le chiedo: “ Cosa intende per difficoltà respiratoria?”
La madre a quel punto si mette a piangere e racconta singhiozzando: “sa, circa tre mesi fa la bambina ha avuto una broncopolmonite, e non riesco più a capire se sta bene oppure no. Ho sentito un colpo di tosse e sono andata nel panico più totale, credevo non respirasse ed ero disperata e sono corsa qui. .Mi scusi dottoressa.”.
Ormai questi casi sono sempre più frequenti. Il pronto soccorso è spesso affollato di bambini che non hanno nulla e che i genitori non sanno valutare e gestire.
Questa insicurezza genitoriale è incontenibile ed ho sempre più la sensazione che le mie parole, anche se tranquillizzanti, siano inutili e vengano cancellate dalla pioggia e portate lontano dal maestrale.

Nemo

Il dottor Nutella

Scritto da trilly il 22/3/2010

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“Andavo ormai da mesi all’ospedale, in pediatria, a raccontare che mia figlia non mangiava più, che cadeva sempre, che impallidiva all’improvviso e che s’accasciava sul divano lamentandosi, a volte non riusciva neppure a sedersi.
Una delle ultime volte che l’ho portata è stato dopo un’intera settimana che non mangiava più niente, beveva solamente acqua.
La sottopongono all’ennesima visita, le rifanno tutte le analisi e le lastre.
…Il giorno dopo il primario decide di dimetterla. Tutto a posto. Io insisto, Amy non sta bene. I suoi capelli, i suoi occhi, la sua pelle sono spenti. Lei è spenta.
…La lettera di dimissioni riporta questa frase: “Se dovesse persistere lo stato di inappetenza della bambina, si consiglia una visita psicologica, in quanto potrebbe essere causato da una situazione di conflitto famigliare.”
Bene, ci vogliono mandare tutte e due dallo psicologo, lo sciamano dei nostri giorni. E non ci mandano dopo aver fatto ogni esame possibile, dopo aver escluso ogni causa organica. No, ci mandano perché hanno tirato le loro conclusioni-
Io sono nubile, dunque frustrata, dunque sfogo le mie frustrazioni su mia figlia, dunque mia figlia si rifiuta di mangiare.
Al bel quadretto dipinto a loro consumo c’è anche la cornice adatta: la casa di mia madre dove sono stata costretta di malavoglia a ritornare.
Il medico mi congeda con un consiglio: “ Si compri un bel barattolo di Nutella: vedrà la bambina come se la mangia.”
Mi chiedo quanti anni di università ci sono voluti, quante specializzazioni, quanti corsi di aggiornamento, quanti stage, per darmi un consiglio così.
Avrei saputo dopo che la massa di Amy misurava già cm 18×16x14.
…L’ultima notte è di turno il dottor Nutella.
Lui non sa che dentro di me lo chiamo così, probabilmente non si ricorda neppure di quel curioso consiglio che mi ha dato con tanta superficialità e tanta imperizia. Però in questo momento è lui che le sta accanto, che continua a tarare il dosaggio della morfina, che non l’abbandona un attimo.
Chissà, forse è diventato un vero dottore.”

da M.F.Celani, P.Miotto, La stanza dell’orso e dell’ape, Mursia 2006

Trilly


Trilly Qeen e le pediatre di Peter Pan

Scritto da Trilly il 24/2/2010

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Questa fiaba è dedicata alla mia collega Luisa che tra qualche giorno andrà in “pensione” dopo quarant’anni di servizio.
Nel mondo dell’avventura e delle fiabe tutto è possibile, ma nella vita non è così.
In questi anni di collaborazione reciproca ho tuttavia avuto l’opportunità di apprezzare la nobiltà del suo animo, la sua sincerità nei rapporti umani , la sua umanità, la sua amicizia e la dignitosa forza con cui ha saputo affrontare anche i grandi dolori della vita.
E’ stata un vero valore per la pediatria di famiglia, alla quale ha dedicato con passione tutta la sua vita. Per questo nei miei ricordi lei rimarrà sempre “Trilly Queen”.

La primavera era alle porte annunciandosi con il meraviglioso rifiorire del mondo.
Nei giardini gli alberi iniziavano a rinverdire ed i primi timidi boccioli
facevano capolino tra le aiuole.
Anche il giardino di Luisa era una festa di colori primaverili e lei, approfittando del suo primo giorno da “pensionata” , si godeva il tiepido sole di marzo.
Ripensava con un certo rimpianto alla sua lunga vita professionale, ma contemporaneamente sorrideva con serenità ai suoi progetti futuri.
Ad un tratto una voce la scosse dai suoi pensieri:
- Mrs. Luisa? Mrs. Luisa ?-
-Sì, sono io. -
-Mi chiamo Trilly, sono la pediatra di Peter Pan. Sono venuta ad invitarla “nell’isola che non c’è” perché Peter Pan ed i bambini dell’isola vorrebbero insignirla del titolo di “Trilly Queen” per l’amore e la dedizione con cui in questi anni si è dedicata alla sua professione di pediatra.-
Luisa si mise a ridere.
- Senta è uno scherzo di carnevale? Guardi che siamo già in Quaresima!-
-Niente affatto, Mrs. Luisa. Il suo nome è stato segnalato da parecchi pediatri ad una sua collega, quella che sul blog, camici azzurri, si firma Trilly e che è un po’ fissata con le fiabe e le fate e la pediatria di gruppo. Noi siamo in tre fate pediatre, lavoriamo in gruppo perché “L’isola che non c’è” è popolata esclusivamente da bambini. Il lavoro è intenso perché sono veramente in molti, di ogni razza, colore e religione. Non abbiamo problemi di comprensione perché sull’isola prevale la lingua del cuore ed i bambini vivono in armonia imparando a vicenda l’uno la lingua dell’altro. Sono tutti poliglotti. Io mi chiamo Trilly prima, perché sono la coordinatrice del gruppo e la più anziana delle fate, Trilly seconda e Trilly terza sono arrivate tre anni fa e da un anno, la sua collega , frequenta il nostro ambulatorio nella speranza di diventare la quarta Trilly, ma per ora nessuno le ha conferito poteri magici, anche se a volte le regaliamo un po’ di polvere di fata.
Peter Pan è il re dell’isola, un eterno bambino che si diverte a far dispetti a Capitan Uncino che ormai si è tranquillizzato e ha trasformato la sua nave in un Ospedale al servizio dei bambini dell’isola.
I suoi pirati hanno studiato medicina e Spugna è diventato un bravo chirurgo.-
Luisa si sentiva sempre più confusa e per la verità anche un po’ agitata.
Forse stava sognando… Si diede dei pizzicotti al viso: sentiva male.
Era proprio sveglia.
-Bene Mrs. Luisa- continuò Trilly – questa è una bacchetta magica , che esaudirà ogni suo desiderio. Potrà anche volare.-
-Veramente io preferisco utilizzare il mio maggiolone per gli spostamenti- le rispose Luisa.
-Non c’è problema, il maggiolone potrà volare con lei. Prema questo pulsante della bacchetta magica e quando vedrà fuoriuscire la polvere di fata, muova la bacchetta con la mano e la bacchetta eseguirà ogni suo ordine.-
Luisa a questo punto era proprio curiosa di smascherare l’autore o l’autrice di quella burla. Invitò Trilly a salire sulla sua auto, mosse la bacchetta magica ed ordinò: -Verso “L’isola che non c’è”.-
Con sua grande sorpresa , l’auto si levò in volo e più veloce di un aeroplano , in un batter d’ occhio ,arrivò sull’isola.
Uno stuolo di bambini l’attendeva per le strade e l’applaudiva al suo passaggio. Riconosceva molti bambini che erano stati suoi pazienti e anche molti bambini più famosi: Cappuccetto Rosso, Pinocchio, Hansel e Gretel, Il Piccolo Principe, I ragazzi della Via Pal, Oliver Twist e molti altri.
Peter Pan le venne incontro radioso.
-Benvenuta Mrs. Luisa. Ho il piacere di presentarle gli abitanti di quest’isola, dove lei sarà sempre ben accolta, e le tre fate pediatre. L’abbiamo invitata qui perché la sua vita professionale è stata esemplare. All’unanimità, le mie tre fate, i bambini dell’isola , Capitan Uncino e la ciurma degli ospedalieri le conferiscono il nobile titolo di “Trilly Queen” per il suo impegno a favore dell’infanzia. Con una festa in suo onore vogliamo incoronarla e regalarle la bacchetta magica delle fate. Che la festa abbia inizio e si aprano le danze.”-

Trilly


Il campo di Nemo

>Scritto da Nemo il 15/02/2010

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“Caro Nemo…
Come stai?
Tanti auguri per la tua pinna; divertiti a scuola e stai attento a non andare nel profondo blu. Ti auguriamo di stare sempre con tuo padre. Stai attento ai sub e ascolta tuo padre. Cerca di non farti friggere in padella. Non devi avvicinarti alle barche; Speriamo che tu possa incontrare i tuoi amici dell’acquario. Non farò più il sub.
Sai Nemo, durante il campo abbiamo scoperto il valore dell’amicizia, e abbiamo imparato:
a essere più responsabili, a fare i controlli e l’insulina, a fare l’insulina agli altri, a vestirci da soli in camera, a fare una dieta sana per non stare male,
abbiamo conosciuto bambini con il nostro stesso problema. Abbiamo scoperto che i bambini diabetici sono più responsabili e……… abbiamo imparato a fare gli aerei di carta”

Questa è la lettera scritta dai bambini alla fine del campo.
Il campo di Nemo:
un campo in cui una favola: “Alla ricerca di Nemo” si intreccia con la patologia cronica, dove le metafore danno spunto a delle riflessioni che si armonizzano con l’insieme.
Un campo in cui erano presenti varie strutture diabetologiche pediatriche della Sardegna: con i loro medici, infermiere, bambini affetti da diabete di età compresa tra i sei e dieci anni e loro genitori con le loro paure, gioie, i vissuti e le loro storie di vita.
Un campo in cui tre giovani adulti affetti da diabete sono stati i punti di riferimento dei nostri bambini, cari ragazzi che con la loro esperienza, con la loro giocosità e dolcezza sono riusciti ad entrare in sintonia con i bambini; e grazie a loro, quasi tutti i bambini hanno sperimentato la capacità di praticare l’insulina da soli: è stato un successo!!!
Un campo in cui un Operatore Sanitario con la sua storia di Diabete, è stata punto di riferimento per i genitori. Raccontando la sua storia ha creato una speciale alleanza fatta di ascolto reciproco, di condivisione di problematiche, paure ma anche di vittorie.
Un campo realizzato c/o un Hotel a L. ricco di spazi che ha permesso un’accoglienza adeguata, la possibilità di svolgere le attività di gruppo dei bambini, separata dai genitori e di poter lavorare all’aria aperta sotto gli alberi respirando un’aria pulita.
Un campo in cui tutti gli operatori giunti nel primo pomeriggio del giovedì hanno collaborato tra di loro, ritagliando, spostando, creando in maniera armonica i vari spazi e angoli pur non conoscendo tutta la dinamica del campo, ma fidandosi delle direttive. Tutto questo ha permesso di creare quell’atmosfera di armonia che ha caratterizzato tutto il campo. È stato un mettersi in gioco in continuazione, ascoltando i suggerimenti di tutti e accettando il cambiamento.
Ma perché ho scelto la favola di Nemo?
Mi piaceva il pesciolino con la pinna atrofia, la pinna fortunata che per me rappresentava il diabete. Mi piaceva la storia di Marlin che ben si adattava alla storia dei genitori dei nostri bambini affetti da Diabete, mi piacevano gli ambienti: il profondo blu e l’oceano che rappresentavano il mondo della vita e l’acquario il mondo del diabete. Mi piaceva l’alleanza tra Dory e Marlin per affrontare le difficoltà; branchia e il maestro ray i punti di riferimento dell’acquario e dell’oceano. E si tutta la favola ci ha permesso di vedere con occhi diversi il nostro Diabete.
Il gioco è lo strumento che permette al bambino di esprimersi e di raccontare la sua storia. Crea l’atmosfera giusta, magica: costruire una barriera corallina, un acquario, il cartellone della curiosità, del tesoro nascosto, le scatole rosse, gialle, blu dove pescare i personaggi, le ombre thailandesi , gli origami, la lettura dei brani delle favole. Il tutto con musica di sottofondo
Il “carrello” con vari alimenti è stato un confronto immediato e chiaro sull’ipoglicemia
I pupazzi di Lenny: pungendo i pupazzi i bambini hanno scoperto come fare l’iniezione di insulina
La scrittura ha tracciato frammenti di storie di vita dei genitori e dei bambini e l’ascolto ha permesso di conoscere e condividere i frammenti di vita
Un lavoro che ha curato il particolare in ogni minima attività con una ricerca costante, progressiva e instancabile per stabilire la relazione tra le cose.
Un campo intenso, durato solo tre giorni, in cui ogni attività aveva un obiettivo educativo.

“ecco dunque un principio essenziale:
insegnare i dettagli significa portare confusione
stabilire la relazione tra le cose, significa portare la conoscenza”
(Maria Montessori)

Nemo


Un foglio di carta stropicciato

Scritto da Gaddo il 22/11/2010

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Una mamma non più giovanissima, ma ancora bella.
Una figlia di sedici anni che ne dimostra dieci; ripiegata su una sedia a rotelle come un foglio di carta stropicciato, gli occhi che non comprendono quasi nulla di quello che vedono, un filo di bava che cola dall’angolo della bocca.

Una mamma che la prende in braccio come se la figlia pesasse nulla, la appoggia sul tavolo dove le farò l’esame radiologico che mi hanno richiesto, le fa bere il mezzo di contrasto con un cucchiaino di plastica mentre le carezza la fronte.

La figlia che da distesa ha la stessa posizione che teneva da seduta, come se invece di un corpo umano fosse un calco di gesso.

A fine esame ho chiesto alla madre cosa fosse accaduto alla figlia, i perchè di quella terribile tetraparesi spastica: per sentirmi rispondere che nessuno ci ha mai capito nulla, che fu un incomprensibile episodio di cianosi occorso a un mese di vita a provocare i danni cerebrali definitivi; e che, anche se avrebbe desiderato averlo, un altro figlio sarebbe stato di ostacolo alle cure della bambina.

Storie terribili di amore infinito. Che spesso si consumano in luoghi oscuri, senza aiuto da parte di nessuno, sulla pelle di persone così coraggiose che a volte mi vergogno anche della mia piccola, stupida stanchezza serale.

E fra un attimo, prima di andare a dormire, passerò a guardare i miei due bimbi che dormono; e a ringraziare, anche se non so bene chi, che dormano così tranquilli.

Gaddo


Un sussurro, una carezza………

Scritto da Nemo il 05/01/10

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Riccardo è giunto alla nostra osservazione durante una notte di guardia: era stato svegliato da una grave insufficienza respiratoria e da un pianto roco e abbaiante. Il suo corpicino era squassato da una tosse bitonale, roca. Il suo torace si alzava e si abbassava con difficoltà emettendo dei suoni inarticolati. Erano presenti rientramenti al giugulo, intercostali ed epigastrici,la cute era pallida e aveva un aspetto sofferente, molto sofferente. Praticammo l’aerosol con adrenalina e cortisonico. E notammo un lieve miglioramento. La radiografia del torace evidenziava una broncopolmonite bilaterale. Era un’impresa trovare un accesso venoso, ma alla fina l’abbiamo trovato. Gli esami deponevano per una infezione di probabile origine virale, ma iniziammo una terapia antibiotica come copertura. A tratti si lamentava e quel torace aveva la sua grande difficoltà nel respirare. Iniziammo un’ossigenoterapia continua, ripetemmo l ‘ aerosol con l’ adrenalina e finalmente il suo respiro iniziò a farsi un po’ più regolare. Mentre noi ci accanivamo con le terapie su di lui, la sua mamma agì in un modo che ci lasciò stupefatti: senza agitarsi continuava a cantare le sue canzoncine preferite, perché a su avviso, lo avrebbero tranquillizzato. La sua voce era rassicurante e si intrecciava con il suo pianto bitonale, lei gli accarezzava il viso e gli sussurrava paroline dolci per tranquillizzarlo. Il suo volto tradiva tutta la sua sofferenza , ma era una mamma forte e continuava a cantargli le canzoncine mentre le lacrime le rigavano le guance. Quando il respiro del piccolo iniziò ad essere un po’ regolare, lei in silenzio si allontanò e fece entrare il papà.
La raggiunsi per raccogliere l’anamnesi.
Piangendo, mi raccontò la storia del piccolo Riccardo:.era nato alla 24 settimana di gestazione , pesava 600 gr., dopo una gravidanza gemellare.
Una gemella era morta dopo dieci giorni di vita. Riccardo invece ce l’aveva fatta, ma una grave
emorragia cerebrale gli aveva lesionato vari centri importanti causandogli una tetraparesi spastica con ritardo psico-motorio.
All’età di un anno gli è stata riscontrata la Sindrome di West. con crisi convulsive subentranti.
Lei non si è mai scoraggiata e ha continuato a seguirlo , curarlo e circondarlo di coccole, sorrisi e amore.
Quando lei gli è vicino, Riccardo riconosce la sua voce e si calma, come se ci fosse una simbiosi mamma e bambino.
Riccardo aspetta le sue carezze, le sue canzoni che lo avvolgono e lo proteggono e lei vive nel vedere quel sorriso appena accennato .

Nemo


“ Ogni visita, al di là del mio ruolo di dottore, mi aiuta in quanto persona, perché anch’io mi sento confortato, amato e rispettato in questa relazione.
E’ il momento di riunirci e di riscoprire i tesori straordinari della medicina di tutti i giorni.”

(Patch Adams)

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